LE CINQUE RAGIONI PER DEDICARE LA RICERCA DEL CSC AGLI IMPRENDITORI

Di Luca Paolazzi, direttore del Centro Studi Confindustria. 

Perché il Centro Studi Confindustria ha dedicato la ricerca per il suo Convegno Biennale 2016 agli imprenditori? Per ben cinque ottime ragioni.

La prima ragione è che, a partire dalla prima Rivoluzione industriale, avvenuta ormai due secoli e mezzo fa, gli imprenditori (in quanto persone distinte dalle imprese, che essi fondano e alimentano di energie e visione) sono il motore dello sviluppo economico delle nazioni. E senza la crescita economica anche i più alti valori della vita sociale (democrazia, tolleranza, solidarietà, apertura al nuovo e al diverso) deperiscono. Dunque, quegli stessi valori sono meglio difesi se più vivace è l’imprenditorialità. Un ruolo che va sottolineato con forza, non essendo ben compreso nemmeno dagli studiosi di economia.

 

La seconda ragione è che gli imprenditori sono una risorsa molto preziosa, anzi essenziale, perché è quella che combina lavoro e capitale. Una risorsa che varia nello spazio e nel tempo e da cui dipende la performance economica di un paese. La terza ragione è che gli imprenditori sono un prodotto sociale perché la loro maggiore o minore presenza e il loro stesso modo di operare discendono dai valori e dalle convenzioni del vivere sociale; dunque, agendo su questi ultimi si può modificare il tessuto imprenditoriale stesso, al fine di arricchirlo, così da migliorare la performance dell’economia.

A queste tre ragioni, sempre valide e strutturali, se ne aggiungono una quarta e una quinta, figlie del nostro tempo. Anzitutto, l’uscita dalla crisi non può che avvenire puntando sull’economia reale e in particolare sul settore manifatturiero che è la sala macchine dello sviluppo, in modo da cogliere le sfide che provengono da un mondo diventato ormai multipolare e dalle innovazioni tecnologiche che incessantemente modificano prodotti, processi, stili di vita e di consumo.

Solo gli imprenditori sono in grado di trasformare quelle sfide in opportunità e, facendolo, traghettano l’intera società nel futuro che si sta realizzando. Anzi, sono essi stessi i costruttori del futuro. In questo senso, gli imprenditori sono cruciali oggi più che mai.

La quinta ragione è che il mutamento del contesto esterno e il grande ampliamento del ventaglio di competenze necessarie oggi a condurre con successo un’azienda fanno sì che sia necessario anche 657FTC03538_webun cambiamento dello stile imprenditoriale. Siamo, infatti, in presenza di un mutamento di paradigma della competizione e dell’organizzazione della produzione. E, siccome il tratto essenziale e distintivo dell’essere imprenditore è quello dell’organizzatore, della guida dell’impresa, del business leader (un tratto che è dominante rispetto a quelli, pur presenti ed essenziali, dell’assunzione del rischio e della capacità di innovazione), il cambiamento di stile imprenditoriale investe proprio la conduzione dell’impresa, nella quale è sempre meno possibile distinguere tra l’efficiente gestione quotidiana e l’“invenzione del futuro”. Alla quale invenzione partecipa sempre più l’intero gruppo dirigente dell’impresa, mentre l’insieme dei dipendenti va coinvolto, in misura variabile ma crescente, nella tensione allo sviluppo dell’impresa.

Tutte queste ragioni spiegano perché sia molto importante interrogarsi su chi siano e su come operino gli imprenditori oggi, nel mondo attuale. E questa domanda basilare ne tira altre: gli italiani sono un popolo di imprenditori? Che cosa spinge le persone a intraprendere? Da quali pulsioni psicologiche sono mosse? Come e dove si impara a essere imprenditori? E, prima ancora, imprenditori si nasce o si diventa? Qual è l’ immagine degli imprenditori nell’opinione pubblica e come gli imprenditori vedono se stessi? Il rapporto tra imprenditori e impresa sta cambiando? Le imprese familiari sono la colonna portante del mondo imprenditoriale? Quale cultura di impresa è bene che gli imprenditori facciano propria? Come è bene che cambi la rappresentanza di impresa?

La ricerca del Centro Studi Confindustria fornisce risposte e lo fa con un approccio multidisciplinare, coinvolgendo studiosi di vari campi (economia, sociologia, psicologia, storia, letteratura, scienza demoscopica). Questo è già un elemento che la contraddistingue. Un secondo, non meno significativo, è che è la prima volta nella sua storia ultracentenaria che Confindustria si occupa di questo tema. In effetti, l’Associazione è nata con lo scopo di migliorare il contesto in cui operano le imprese, dunque tende a occuparsi prima di tutto di ciò che accade fuori dai cancelli delle fabbriche e delle porte degli uffici, sebbene nel tempo abbia molto potenziato l’offerta di servizi alle imprese. Tuttavia, se è vero che sono le imprese a essere associate, è altrettanto vero che sono gli imprenditori che decidono di associarle e che infondono vita all’Associazione ricoprendo cariche e, in ogni caso, partecipando alle varie attività istituzionali. Per le ragioni dette sopra, non è un caso se la realizzazione della ricerca sugli imprenditori da parte del Centro Studi Confindustria cade proprio in questo momento storico.

In ultima analisi, occuparsi degli imprenditori significa prendersi a cuore, sebbene con approccio inusuale (ma altrettanto rilevante), la questione del rilancio della crescita dell’Italia. In piena coerenza, pertanto, con la linea politica da tempo tracciata e seguita, molto appropriatamente, da Confindustria. Agire per aumentare l’imprenditorialità del Paese equivale, infatti, ad aumentare il potenziale di crescita italiano. In queste poche righe è impossibile riassumere tutti i risultati della ricerca. Uno balza, però, agli occhi: i dati confermano che l’Italia è una nazione di imprenditori. La quota di lavoratori indipendenti (24,9%) è nettamente più elevata che nelle altre principali economie, più che doppia di quelle della Francia (10,2%) e della Germania (11,0%). Ciò rimane vero anche quando si guarda al solo manifatturiero e, al suo interno, ai datori di lavoro: 12,1% gli indipendenti e 5,8% i datori di lavoro in Italia, contro rispettivamente il 5,1% e il 2,8% in Francia e il 3,8% e il 2,2% in Germania.

 

La tendenza, però, è alla riduzione, sebbene questa sia comune ad altri paesi, con l’importante eccezione del Regno Unito (dove si è osservato un aumento della quota degli indipendenti, iniziato agli inizi degli anni ‘80, all’epoca della rivoluzione thatcheriana). La riduzione si osserva anche nella natalità, che è scesa in Italia dal 12,5% nel 2006 all’8,1% nel 2014 (anche negli Usa è diminuita, non in Spagna).

 

Un altro elemento molto rilevante è che, come emerge da diversi indicatori, fare l’imprenditore sia diventato più difficile. Lo dice, per esempio, il netto calo della percentuale di quanti, se potessero, preferirebbero un lavoro indipendente: dal 51% nel 2009 al 44% nel 2012 in Italia, con flessioni analoghe o anche più accentuate nel resto d’Europa (fa eccezione la Germania: -2 punti percentuali, ma a un livello molto inferiore, 29%). Lo evidenzia la riduzione dal 26% al 20%, oggi rispetto a dieci anni fa, della quota di quanti suggerirebbero la professione imprenditoriale a un brillante neolaureato. E risulta dall’opinione espressa dagli stessi imprenditori italiani, per il 79% dei quali avviare un’impresa è ora più complicato di una volta, perché la crisi rende necessario per loro stessi fare un salto culturale (81%), richiede di essere più bravi (79%), ha cambiato il modo di fare impresa (78%), ha fatto emergere le imprese più innovative (70%).

Questi risultati rafforzano il convincimento che sia fondamentale concentrare l’attenzione su quelle persone speciali che sono gli imprenditori. Mettendole al centro della strategia di rilancio del Paese, infoltendone la schiera e diffondendo tra loro quella cultura d’impresa che in molte realtà aziendali si è rivelata vincente. Con vantaggio loro e per il bene dell’Italia intera.

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