Vincenzo Boccia: il tempo è scaduto

Intervista a Vincenzo Boccia, vicepresidente Confindustria e presidente della Piccola industria

Il Sole 24 Ore, 7 aprile 2013 - «Il tempo è scaduto. L'emergenza economica è la vera questione di interesse nazionale. Chiudono 41 imprese al giorno, abbiamo perso 8 punti di pil dal 2007, cioè 100 miliardi di euro di ricchezza non prodotta». Vincenzo Boccia, presidente della Piccola industria di Confindustria, si sofferma sui numeri della «decrescita» del paese per lanciare l'allarme: «Non può essere questo l'alibi per non affrontare i nodi di sviluppo. Sarebbe un altro errore e vorrebbe dire che stiamo entrando in un incubo». E invia un richiamo forte alla politica: «Siamo nel pieno di effetti da economia di guerra: il reddito pro capite è ai livelli del 1996, i partiti si devono compattare, li vediamo interessati alle posizioni dei militanti o ai tatticismi e non ai problemi reali. Occorre salvare il paese per recuperare, come ricorda il presidente Squinzi, lo spirito che avevamo nel dopoguerra».

Confindustria non starà a guardare e giocherà in pieno il proprio ruolo per denunciare l'emergenza e proporre soluzioni. Sarà questo, anticipa Boccia, lo snodo del prossimo convegno della Piccola industria che si terrà a Torino il 12 e il 13 aprile, dal titolo "Un'Italia industriale in un'Europa più forte", preparato con un road show che ha avuto sette tappe che sono, Roma, Firenze, Milano, Napoli, Genova, Venezia e Palermo.A queste si aggiungono altre iniziative organizzate sul territorio come ad esempio quella degli industriali dell'Emilia Romagna e della Lombardia.

«Un punto di partenza per una Confindustria che interviene nel merito delle questioni. Lanciando alla politica un grido di rabbia e speranza, perché siamo davanti a un bivio. Bisogna prendere le misure adatte per uscire dalla crisi, ed è la rabbia perché non si stanno attuando. Con la consapevolezza, e quindi la speranza, che abbiamo tutte le potenzialità per uscire da questa situazione. Si chiedono sacrifici, ma senza una visione» .

I pagamenti della Pubblica amministrazione, tema su cui Confindustria sta facendo una grande battaglia, è il banco di prova di queste ore: la Spagna in tre mesi ha pagato 27 miliardi, noi?

Dovremmo prendere esempio. Guai ad alzare le tasse, sono già a livelli record. Bisognerebbe o attivare la Cassa depositi e prestiti oppure ricorrere ad emissioni di titoli di Stato ad hoc. E farlo in tempi brevissimi.

La nuova stima è 90 miliardi, sul piatto ce ne sono 40...

Sarebbe il caso di affrontare il problema totalmente, anche se 40 miliardi sono meglio di niente. I 50 miliardi che restano fuori quando verranno pagati? I mercati hanno già scontato questa cifra sul debito, non ci sarebbero ripercussioni. Inoltre c'è un problema specifico che riguarda la sanità: le regole impongono un coefficiente diponderazione del rischio del 100% invece che del 20% previsto per gli enti territoriali. Nelle Regioni commissariate non si può procedere ad azioni esecutive nei confronti dell'ente e le aziende non possono interrompere le forniture in quanto si tratta di servizio pubblico. La prospettiva è il fallimento.

Affrontare i debiti Pa sarebbe un primo segnale di svolta per le imprese?

Sì, la liquidità è uno dei problemi più gravi che le aziende stanno affrontando in questo momento. Ma si riattiverebbe la fiducia, che è un elemento fondamentale per ripartire. I partiti guardano l'andamento dello spread come termometro della crisi. Ma sono i dati dell'economia reale che vanno considerati, con i consumi che hanno segnato un'ulteriore contrazione dovuta all'instabilità politica, alla mancanza di fiducia e all'incremento delle sofferenze.

Siamo il secondo paese manifatturiero d'Europa: un primato che rischiamo di perdere?

Di questo passo, con le imprese strette tra fattori che ne penalizzano la competitività e la mancanza di liquidità, sì. Il rischio è che se non affrontiamo immediatamente i nodi di sviluppo del paese, portiamo alla paralisi il sistema industriale. Le nostre imprese non possono sostenere una concorrenza globale con un 20% in più del total tax rate, un 30% in più di costo dell'energia e un costo del denaro più elevato delle imprese tedesche. Per questo con il convegno di Torino ci siamo concentrati sull'Italia come paese industriale. Stati Uniti e Inghilterra stanno puntando di nuovo sul manifatturiero, la Germania mantiene la sua leadership: ascolteremo questi esempi nelle tavole rotonde. Ma avremo sul palco anche i sindacati e i rappresentanti degli enti locali: vogliamo fare fronte comune con chi vive la fabbrica insieme a noi e con chi ha risorse sul territorio, come i fondi strutturali, che possono essere utilizzati per il credito e la crescita.

C'è anche il versante europeo: cosa chiedete alla Ue?

Bisogna andare avanti con le politiche di integrazione, rafforzare le misure per la crescita e strutturare un nuovo ruolo più forte della Bce, per evitare situazioni di squilibrio come quella che ha visto la Fed decidere di non applicare Basilea 3.

La situazione politica è confusa, rilanciate il vostro documento come memorandum per il prossimo governo?

Tra terapia d'urto dei primi cento giorni e riforme strutturali il nostro documento che abbiamo presentato a gennaio porta il paese nell'arco di cinque anni ad una crescita del pil del 3%, un aumento degli occupati di un milione 800mila persone, un calo delle tasse ed un aumento del reddito. Si può optare o no per le nostre ricette. L'importante è che si agisca, per tornare a crescere.

di Nicoletta Picchio